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La posizione di Cgil, Cisl e Uil dopo l’indagine che ha portato al sequestro di 4 stabilimenti

L’inchiesta della magistratura dell’operazione “No fly” mette i sigilli non solo sulle inosservanze da parte delle industrie rispetto a quanto recita la normativa in materia di tutela ambientale, ma anche sulle responsabilità di tutti gli enti che istituzionalmente sono preposti alle verifiche e ai controlli in tema di inquinamento. Cgil, Cisl e Uil non risparmiano strali verso chi avrebbe
dovuto denunciare ogni violazione ambientale o comunque ogni superamento dei limiti imposti dalle leggi antinquinamento. «Sono tutti gli enti coinvolti, a partire dall’Arpa o dalla Regione
per finire allo stesso ministero che è arrivato a concedere la certificazione Aia concedendo livelli di emissione ben superiori rispetto a quelli previsti dalle stessa legge che regolamenta la concessione del certificato Aia» commentano Roberto Alosi, Paolo Sanzaro e Stefano Munafò (rispettivamente segretari generali provinciali di Cgil, Cisl e Uil). «Come tutto questo sia
stato possibile e quali possano essere stati i motivi all’origine di questo circolo vizioso, sarà certamente, ancora, la magistratura a fare chiarezza» proseguono i sindacalisti, i quali non mancano di far rilevare come nel corso di questi anni abbiano ripetutamente denunciato la mancanza di investimenti da parte delle industrie non solo nella possibile riconversione
degli impianti ma anche nell’adeguamento alle nuove norme antinquinamento. «Proprio Versalis, dopo aver annunciato importanti investimenti, in realtà ne ha poi impegnato solo una minima parte, a dispetto delle costanti pressioni da parte dei sindacati a cui stessa la dirigenza dell’azienda aveva riferito degli investimenti in programma». Alosi, Sanzaro e Munafò non
possono non rilevare come le ipotesi di reato ambientale ipotizzate con l’attuale inchiesta giudiziaria abbiano avuto una pesante ricaduta sul territorio «dove la popolazione da tempo “mal vede” le industrie, per via dei frequenti miasmi per non parlare di quelle emissioni che hanno arrecato disturbi alla salute, come bruciore agli occhi o difficoltà respiratorie. C’era un modo per ricucire il profondo strappo che si era creato fra i cittadini residenti a ridosso del petrolchimico, ed era quello di mettere in campo risorse importanti per eliminare le fonti di inquinamento e per dare vita a industrie green. Ma finora, come si è visto, nulla è stato fatto. Ed oggi ci ritroviamo di fronte a una nuova inchiesta della magistratura che porta alla luce un’ennesima violazione ambientale». I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno più volte detto quanto fosse indispensabile anche, al di là degli investimenti, uscire dai diametri
aziendali per elaborare di concerto, fin dove fosse stato possibile, una proposta di sviluppo complessiva che ponesse le fondamenta su dati certi, oggettivi, necessari per il confronto con la cittadinanza «che, ripetiamo, sempre più mal volentieri sopporta un industria che, in 60 lunghi anni, ha sfruttato e maltrattato questo territorio dal punto di vista ambientale ». I sindacalisti ammettono che negli ultimi anni le aziende di questo territorio hanno investito in tecnologie «ma per arrivare a una vera sostenibilità ambientale adeguata ai tempi occorre che ora un
vero e importante impegno economico». L’impegno, riferiscono ancora Alosi, Sanzaro e Munafò, non deve essere solo da parte delle aziende ma anche da parte di quegli enti che finora hanno mostrato di non assolvere ai loro compiti. «E questo vale a partire dallo Stato, che dopo aver promesso centinaia di milioni per il risanamento ambientale e per le bonifiche, in realtà non ha fatto nulla. Eppure i fondi statali erano la parte centrale, a cui avrebbero fatto immediato seguito quelli regionali e quelli privati». Davanti a tali valutazioni, i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil alzano il tono della voce: «E’ giunto il momento che ognuno ottemperi ai doveri che scaturiscono dal ruolo che si ricopre e che dunque si smetta di irridere questo territorio.
E’ giunta l’ora che si mettano in campo, e subito senza ulteriori inspiegabili rinvii, tutte le risorse necessarie per adeguare impianti e industrie alle leggi pensate, studiate e varate a tutela dell’ambiente Non ci si può piegare supinamente alle logiche della produzione e del profitto scardinando il diritto alla salute, alla sicurezza degli impianti e dei lavoratori e al rispetto dell’ambiente. Per queste ragioni, riteniamo di essere all’ultima chiamata utile, che rivolgiamo in primo luogo alle aziende, per concretizzare rapidissimamente un piano straordinario di investimenti finalizzato a potenziare, una volta per tutte, la sicurezza degli impianti, l’occupazione e la compatibilità ambientale degli stessi. Un investimento cospicuo, in grado di intercettare le migliori tecnologie disponibili, che non può che precedere qualunque altra logica produttiva di sviluppo e di profitto. Lo impongono 190 camini e vasche industriali presenti, 40 chilometri di impianti ad alto rischio, oltre 8000 lavoratori impegnati e il rispetto nei confronti di una comunità storicamente generosa e segnata da una vocazione industriale che rischia di perdere definitivamente i connotati di una moderna cultura industriale».

La Sicilia

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